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31 gennaio 2007
Il Piccolo Principe
In quel momento apparve la volpe. "Buon giorno", disse la volpe. "Buon giorno", rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno. "Sono qui", disse la voce, "sotto al melo…" "Chi sei?" domandò il piccolo principe, "sei molto carino…" "Sono una volpe", disse la volpe. "Vieni a giocare con me", le propose il piccolo principe, "sono così triste…" "Non posso giocare con te", disse la volpe, "non sono addomesticata". "Ah! scusa", fece il piccolo principe. Ma dopo un momento di riflessione soggiunse: "Che cosa vuol dire "addomesticare"?" "Non sei di queste parti, tu", disse la volpe, "che cosa cerchi?" "Cerco gli uomini", disse il piccolo principe. "Che cosa vuol dire "addomesticare"?" "Gli uomini", disse la volpe, "hanno dei fucili e cacciano. E' molto noioso! Allevano anche delle galline. E' il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?" "No", disse il piccolo principe. "Cerco amici. Che cosa vuole dire "addomesticare"?" "E' una cosa da molto dimenticata. Vuol dire "creare dei legami"…" "Creare dei legami?" "Certo", disse la volpe. "Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo".
Della grafica per la città di Torino (look of the city) in occasione delle Olimpiadi invernali del 2006 ci eravamo occupati più volte. Torniamo a parlarne perché da qualche settimana è disponibile, edito da Corraini, il report della grafica di quell'evento, progettato da Italo Lupi, Ico Migliore e Mara Servetto.
Quella che Torino ci ha presentato con orgoglio, nella sua sobria e elegante modulazione di rossi e neri, è stata forse la più complessa operazione di arredo urbano mai realizzata in Italia. Un arredo che penetrava in città, sui viali, nei lungopò, nei giardini, nelle piazze e ovunque dava una lettura dei tanti momenti in cui si frantuma una città moderna, nella sua storia, nella sua operosità, nei suoi monumenti.
I grandi totem, i menhir, gli shangai, gli anemometri (molti dei quali sono rimasti, terminate le Olimpiadi, a segnalare altri eventi cittadini) hanno puntualizzato l'accadimento olimpico ma hanno anche raccontato di quanto complessa possa e debba essere la lettura di una città importante come Torino, di quante sfaccettature si debba tener conto nel tentativo di riappropriarsi della storia e della cronaca quotidiana di una comunità.
Il libro report di quel progetto urbano (anch'esso per mano di Italo Lupi, se ne riconoscono bene i segni stilistici) si muove sulla traccia grafica del look of the city: sobrio senza essere serioso, fantasioso senza essere sbracato. Progettualmente e sicuramente disinvolto, vien fatto di definirlo, un documento che si pone all'attenzione e, speriamo, alla riflessione di quanti operano progettualmente, all'interno delle città.
"Quello per Torino" scrive Beppe Finessi nella sua prefazione "è un progetto d'autore che sembra, anzitempo, accompagnare la città verso il nuovo ruolo internazionale che avrà nel 2008, quello di Capitale del Design che con coraggio e ambizione ha cercato, sfilando quel primato alla distratta Milano."
Italo Lupi, Ico Migliore, Mara Servetto, Look of the City, Torino Olimpiadi invernali 2006, Edizioni Corraini, euro 22,00.
Quel che abbiamo letto di più bello lo dobbiamo quasi sempre ad una persona cara. Forse proprio perchè la peculiarità del sentimento, come del desiderio di leggere, è il fatto di preferire. Amare vuol dire, in ultima analisi, far dono delle nostre preferenze a coloro che preferiamo. E queste preferenze condivise popolano l'invisibile cittadella della nostra libertà. Noi siamo abitati da libri e da amici.
Ci sono due mal d’Africa. Il nostro, che è come un sogno. E il loro, che è come un incubo.
Il mal d’Africa bianco è dolce come la vita. Quello nero è amaro come la morte.
Per noi il mal d’Africa è un bellissimo ricordo. Per loro, è un pessimo futuro.
Il vero mal d’Africa non viene a chi parte. Rimane a chi resta. . Prima o poi il mal d’Africa a noi passa. A loro no.
Non c’è da stupirsi se dall’Africa ci portiamo via il mal d’Africa, dal momento che abbiamo sempre portato via tutto. Diamanti e avorio, oro giallo e oro nero, gazzelle e leoni, uomini e donne.
Noi lo chiamiamo mal d’Africa. Loro dovrebbero chiamarlo mal d’Occidente.
Prima che i bianchi mettessero piede nel continente nero il mal d’Africa non esisteva.
Lo capisce anche un bambino. (soprattutto se africano)
24-03-05 (testo per il libro “Quaderno Africano”, AAVV, a cura di A. Mondadori, Frassinelli)